meet me alla boa; Paolo Stella

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Recensione: meet me alla boa di Paolo Stella

Casa Editrice: Mondadori
Anno di Pubblicazione: 2018
Genere: Narrativa moderna e contemporanea
Numero di pagine:  216
Dove trovarlo: AmazonFeltrinelli

Paolo Stella ha partecipato alla seconda edizione di Amici di Maria De Filippi. Successivamente ha recitato in alcune serie tv come Incantesimo Un ciclone in famiglia.

Nel 2011 ha aperto un blog personale chiamato OHMYBLOG. Infine, nel 2018 è uscito il suo primo libro, meet me alla boa, per l’appunto, pubblicato dalla Mondadori.

Trama

Una chiamata cambia in un secondo tutta la vita di Franci. Una chiamata dal distretto di polizia di Parigi: la sua compagna, Marti, ha avuto un incidente.



«La chiamo perché abbiamo trovato questo numero sul cellulare di una ragazza qui a Paris; ha subito un incidente. La situazione è molto delicata. […]»

«È morta, vero?» Troppo silenzio. Lo senti subito quel troppo, è lucido come una lama.

«La situazione è critica.»

«È morta.»

«Mi dispiace molto. La aspettiamo qui, quando potrà.»

Inizia così un viaggio indietro nei ricordi che lo riporterà dall’incontro con Marti, fino al loro addio.

Commenti e critiche

Direi che, nonostante non si tratti di uno youtuber, anche questo libro sia stato creato principalmente per i fan. Questa volta non è una vera e propria autobiografia, ma un romanzo di narrativa. Tuttavia nel personaggio di Francesco Stella rivediamo inevitabilmente Paolo, a partire proprio dal cognome e da un aneddoto su di esso.

Non so se la storia raccontata sia successa veramente o sia stata inventata, non trovo niente su internet e di certo non perderò tempo a spulciare, ma i pensieri e alcune vicende che ci vengono raccontate, secondo me fanno parte dell’esperienza di Paolo Stella.

Il libro ha la struttura di un romanzo di formazione. Trenta passi separano l’eroe dal ricongiungimento con la sua amata. Trenta passi di dolore e che, come ho scritto nella trama, lo porteranno a ripercorrere alcune tappe della sua vita e della relazione con Marti, prima di doverle dire prematuramente addio.


Voglio partire dal mio personale fastidio che ho provato nei confronti di questo libro, visto che è la parte più soggettiva e quindi meno utile ai fini di una recensione.

-Innanzitutto parliamo proprio del titolo: meet me alla boa.

Tutto in minuscolo, metà in italiano e metà in inglese. Mi fa venire i brividi. Per quanto riguarda la frase in sé, però, si scopre essere una citazione di un dialogo trai lui e Marti, quindi ci posso passare sopra. Il minuscolo in copertina, però, me lo dovete spiegare.

Vorrei anche sottolineare come il dialogo che ho riportato nella trama tra Franci e l’agente sia stato completamente tradotto in italiano, ma “Paris”, invece è stato lasciato così. Davvero, scrivere Parigi non ti permetteva di sfoggiare il tuo francese, forse?

-Non so se la storia trattata sia accaduta davvero, oppure sia inventata, però l’inizio, che ho riportato anche nella trama, mi sembra assurdo.

Mi spiego meglio: l’agente che chiama Franci per dirgli che Marti ha avuto un incidente non specifica che la donna è morta, è lo stesso Franci ad arrivare a quella conclusione. Il poliziotto, in realtà, continua a dire che è grave, non dà conferma ai timori di Franci. Quel “Mi dispiace”, può essere letto come un: “Scusi, non posso dirle di più per telefono, venga qui”.

Non mi è mai capitata una situazione del genere, per fortuna, ma se qualcuno ha più esperienza di me si faccia avanti. Se un tuo parente muore e devi andare a riconoscere il corpo, te lo dicono subito, non ti lasciano con la speranza che sia ancora in vita, giusto?

Il mistero che hanno lasciato nel libro, mi sembra, appunto, un elemento per tenere attaccato il lettore. Oppure ho interpretato male il dialogo. Non lo so, ma anche il “quando potrà”, mi sembra una cosa strana da dire, perché il corpo non può rimanere in obitorio finché qualcuno non ha un attimo libero. Ditemi cosa ne pensate o se sapete qualcosa.

-Ci sono molti elementi che mi hanno dato fastidio, ma di cui non parlerò perché si va troppo nel dettaglio. Uno in particolare, però, mi ha veramente fatto arrabbiare. In una parte del libro giudica una donna che secondo lui ha abortito. Questa donna non la conosce, non ha veramente niente a che fare con la trama, ma Franci ci deve per forza dire che le sue motivazioni per l’aborto erano soltanto scuse e lei se ne pente ancora, anche se sono passati anni… ma era necessario? No. E soprattutto tu che e sai? Niente? Bene, pensa agli affari tuoi, per favore.

-L’impaginazione: atta solamente a far valere questo libro ben 17 euro, quando in realtà ne varrebbe dieci. Infatti la grandezza del carattere è 11/12 e la carta usata è talmente spessa che il prodotto finale sembra essere formato da 300 pagine, quando in realtà supera appena le 200. Questo lo rende pesantissimo e scomodo, ma soprattutto eccessivamente costoso, considerando anche che ha la copertina flessibile, non rigida.

-Infine, nei ringraziamenti, lo stesso Paolo Stella ci fa sapere che l’editore lo ha contattato per pubblicare ancora prima di sapere che avesse scritto un libro. Ovviamente la qualità dell’opera era importante, giusto?


Smettiamo di pensare agli elementi che danno fastidio a me e andiamo a vedere il libro più nel dettaglio.

Pur trattandosi di una trama importante, con una tematica profonda e difficile, il libro non ti lascia molto. Ci sono punti che dovrebbero essere profondi e permetterti riflessioni importanti, ma in realtà sono alquanto banali e scritti in maniera semplicistica. Chiunque si metta a pensare un momento alla morte, può arrivare a ciò che è contenuto in questo romanzo.

Lo stile cambia dall’inizio alla fine del romanzo. In generale, tutto il romanzo è scritto come se Franci raccontasse la sua storia oralmente. Il problema è che quando si scrive, il parlato va adattato, non si possono riportare frasi che diresti a voce o come la scriveresti in un dialogo.

In un punto troviamo un: “Fino a… boh, non lo so”, che non si può leggere nella prosa. In questo punto Franci e Marti si stavano baciando, l’uno stretto all’altra e si doveva descrivere una sensazione troppo particolare per essere espressa a parole. Ci sono altri modi in cui si può rendere un “boh” e che trasmette l’incapacità di trovare l’espressione giusta. Se in quel frangente Franci stesse parlando a un suo amico e nel dialogo ci fosse stato quel “boh”, non ci sarebbero stati problemi, però nella prosa ci si sforza di descrivere anche l’indescrivibile o la sensazione di non poterlo spiegare. Non si scrive “boh, non lo so”, altrimenti vai a fare altro nella vita, non pubblichi un libro.

Un conto è scrivere su un blog, come sto facendo io in questo momento, in cui qualche frasetta riportata esattamente come la direi parlando, può avere senso. Un blog è un mezzo molto più veloce e diretto rispetto a un romanzo, anche se, attenzione, non è un video. Alcune frasi che userei parlando, se le scrivessi stonerebbero anche qui, figuriamoci vederle scritte all’interno di un libro che effetto possono fare.

Ho detto che si vede un cambiamento nello stile dall’inizio alla fine del romanzo. Si potrebbe pensare che il cambiamento sia una caratteristica peculiare di questo tipo di romanzo, perché il personaggio cresce con l’avanzare delle pagine, man mano che affronta la morte. Invece sembra piuttosto che Paolo Stella scopra nuovi modi di scrivere e inizi a utilizzarli man mano che si prosegue.

Ad esempio verso la fine del romanzo, inizia a usare anafore, per pagine intere e a poca distanza l’una dall’altra fino a diventare troppo. In minima parte hanno senso, perché conferiscono pesantezza nel momento in cui Franci sta per vedere il corpo di Marti e dirle addio, ma sono veramente troppe per poter essere apprezzate.


Franci, teoricamente, dovrebbe essere un uomo sulla quarantina, però, molti dei suoi pensieri mi sembrano usciti dalla bocca di un adolescente…

Quando mi capita di attraversare il red carpet con delle amiche […] ci sussurriamo delle grandi porcate. […] Sono talmente volgari che non riesco nemmeno a scriverle. Ci ho provato, almeno tre volte, poi ho cancellato tutto.

Non so a voi, ma a me dà l’impressione di uno di quei ragazzini che le spara grosse, poi non sa cosa dire e quindi: “No, ma non si può dire”. Tra l’altro cose del genere non le devi riportare in un libro, a meno che non scrivi proprio la scena mentre sta avvenendo coi dialoghi diretti.

Oppure:

Dov’è lo stronzetto a cui bastava un sorrisetto, un occhiolino e un “ti chiamo io”?

Dov’è il distributore instancabile di numeretti, quello che “un limone non si rifiuta mai a nessuno”

Te lo dico io dov’è, alle medie a vantarsi con tutti i suoi amici. Quello che sta narrando la storia, invece, dovrebbe avere dai trenta ai quaranta, quindi vedi di darti una calmata.

Io stasera vedo Marti, e, se mi va bene, la bacio pure.

Non voglio togliere romanticismo alla cosa, però, dopo i quattordici anni, direi che il bacio perde un po’ il suo peso. Non è l’obiettivo o il focus a cui si vuole arrivare a tutti i costi. No? In adolescenza è normale essere così indirizzati in questo senso, è una fase di scoperta e ogni scalino è importante. Da adulti se ti interessa una persona ci esci per questo motivo, non si va in fibrillazione perché potreste baciarvi!


Ci sono frasi che dovrebbero far ridere, dovrebbero essere spiritose, invece, l’unica cosa che riescono a scatenare è il fastidio e l’odio verso il personaggio. Come quando ci dice che si è messo in coda a caso per un casting ed è stato preso, in mezzo a quasi quattromila persone che si erano preparate. Insomma, come si fa a non amarlo?

A un certo punto ci racconta di una volta in cui una sua amica era andata a Roma e lui l’ha portata a fare un tour e ci dice, per attirare altro amore che:

tanto noi attori ne abbiamo di tempo libero

Qual era lo scopo di questa frase? Dirci che sei un attore tanto scarso che non hai film o serie da girare? Oppure sminuire te stesso e tutta la categoria? Dubito che gli attori abbiano veramente così tanto tempo libero per gironzolare a caso quando vogliono.

In conclusione

Sicuramente oggi, nel mondo dell’editoria, c’è di peggio. Tuttavia, questo fatto non rende meet me alla boa migliore di quello che è.

Si tratta di uno di quei libri, a mio parere, creato per un pubblico che già ama Paolo Stella, non per chi è alla ricerca di un bel libro da leggere. Questo lo dico anche perché dando un’occhiata alle recensioni su Google ho trovato praticamente un’ode a Paolo Stella.

Ho trovato molto comico e triste un fatto in particolare. Spesso per descrivere delle scene fa riferimento ad alcuni film o attori. Paolo Stella, e anche Franci, sono attori italiani, ma tutti questi riferimenti sono tratti dalla cinematografia americana.

Direi che per questa recensione possiamo anche chiuderla qui, direi che il mio parere sia chiaro. Ditemi cosa ne pensate, se lo avete letto.  Condividete e seguitemi su Facebook o Instagram o sugli altri social che trovate sulla destra (o in alto).

Alle.


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